Romanzi

Il contrario delle lucertole

Il contrario delle lucertole Book Cover Il contrario delle lucertole
Erika Bianchi
Giunti Editore

Nel Giugno 2011 a Ponte a Ema, Toscana, si svolge il funerale di Zaro, ma a quel funerale Isabelle decide di non partecipare, perché per quell’uomo è sempre stata, e si è sempre sentita, un’estranea. Seduta in uno Starbuck parigino ripercorre mentalmente, a ritroso, tutte le tappe della sua vita, una vita travagliata, costellata da decisioni impulsive e percorsi dolorosi, ma soprattutto da scelte altrui che ha dovuto subire e accettare. Chissà, forse Zaro, l’appassionato di ciclismo, di quel ciclismo dei tempi di Coppi e Bartali, era suo padre o forse no, nessuno lo saprà mai con certezza, ma proprio questa incertezza grava come un macigno su di lei spazzando via qualsiasi possibilità di una vita, anche solo apparentemente, normale.

4

Recensione

Il romanzo di Erika Bianchi fluttua costantemente in uno spazio-tempo compreso tra il ricordo e il dolore e, molto più soventemente, tra il dolore e il ricordo. Padri assenti, madri per caso, figli accidentali, non amati, non voluti, non desiderati, devastati dalla privazione di quell’affetto genitoriale che spetta loro a prescindere. Figli e genitori che mancano di emancipazione, che non possono, e forse non riescono, a superare l’ostacolo, che restano comunque ancorati a quel dolore che lentamente li divora ma li rende vivi, veritieri, pulsanti. Figli e genitori incapaci di amare ma che bramano amore e, al contempo, lo allontanano, sia in forma cosciente sia in forma incosciente, con ricatti, atteggiamenti e assenze. La solitudine circonda i personaggi come un alone, una corazza invisibile che li rende impermeabili agli affetti, alla famiglia, ai luoghi. E proprio i luoghi, Parigi, Torino, Roma, Ponte a Ema, Dinard sono vuoti contenitori di frammenti di vita che non lasciano alcuna impronta, luoghi di passaggio, come tappe ciclistiche, e mai destinazioni, nei quali il caso, le situazioni, il destino trascinano i personaggi loro malgrado.

Uno stile ruvido, aspro, scabro, che non allenta la tensione sentimentale in nessuna riga, in nessun personaggio, in nessun pensiero.
Una narrazione a ritroso che inizia dai fatti più recenti e scava nel tempo passato, nel vissuto, nei perché. Forse un esperimento, o forse un metodo descrittivo, che inizialmente destabilizza il lettore rendendolo incapace di comprendere i chi e i come, ma che, poco per volta, sgombra gli interrogativi rendendoli decifrabili e dipanando qualsiasi dubbio.
Difficile entrare in sintonia con la protagonista Isabelle, una donna destabilizzata e destabilizzante, in costante ricerca di qualcosa che nemmeno lei è in grado di definire, che sembra quasi giocare con gli altri e, soprattutto, con se stessa, in costante balia di tante aspettative e tanti desideri e del loro contrario. Meravigliose Marta e Cecilia, le sue figlie, così solidali, unite, caparbie nei propri pensieri, scelte, percorsi umani, eppure così differenti, lontane, dissimili.
Belli, intensi e densi di tenerezza, inoltre, molti personaggi secondari, che trasudano sofferenza, rammarico, disperazione e attualità.
La copertina, a mio giudizio, è lontana dal contenuto. Una donna a capo chino e una bicicletta non riescono a trasmettere la sofferenza incisa e intagliata così vividamente nei personaggi.

Difficile credere che Erika Bianchi abbia impiegato anni per trovare un editore. Un’autrice così capace, intensa, precisa, profonda avrebbe meritato la pubblicazione subito dopo la lettura di una singola pagina del suo “Il contrario delle lucertole”.

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