Romanzi

Il venditore di metafore

Il venditore di metafore Book Cover Il venditore di metafore
Salvatore Niffoi
Giunti Editore

Le origini di Agapitu Vasoleddu, noto come Matoforu, sono frutto di molte supposizioni, quasi tutte prive di fondamento. Ma Matoforu, il venditore di metafore, ha un’unica certezza: è capace di raccontare storie e di intrattenere le persone donando sorrisi e sprazzi di felicità. Lasciatosi alle spalle il paese d’origine, devastato da un’invasione di locuste che lo ha messo in ginocchio, il venditore di metafore inizierà un viaggio che lo vedrà toccare città e paesi nelle cui piazze racconterà le tante storie che già conosce e quelle che imparerà lungo il percorso. Ma dopo aver donato tanto al proprio pubblico, riuscirà Agapitu a trovare una storia della quale essere protagonista?

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Recensione

Salvatore Niffoi, come un medievale menestrello itinerante, trasporta i lettori in un mondo di racconto, di personaggi, di vicende, di situazioni, di fatti che hanno il sapore di un tempo dimenticato, intriso di difficoltà, durezza, asperità. La Sardegna e i suoi abitanti prendono vita lentamente, come lentamente si muove il carro di Agapitu Vasoleddu, detto Matoforu, sullo sfondo di una terra aspra, ventosa, grezza, quasi senza tempo che sembra estendere le proprie caratteristiche sull’intera popolazione. Piccole metafore come perle, inanellate l’una dopo l’altra, di una lunga catena nella quale tante vite sembrano emblemi, metafore appunto, di una parabola che, a seconda dei casi, lenisce, incoraggia, scuote, delizia e diverte il pubblico. Ecco quindi Libio, il becchino, così simile a una candela di sego, che inizia il proprio lavoro seppellendo due amanti e che, il giorno prima della pensione, dovrà riesumarne le ossa. O Juvanna, con la paura dei topi e una madre puttana per scelta, perché «Scegliere per scegliere, se devo fare la serva, la faccio almeno coricata su una stuoia». O Ascaniu, l’agricoltore, che superati i cinquant’anni decide di diventare pastore. O il nano Latumbu che, ogni giorno, rotola intorno alla pista del Circo Meraviglia dentro un barile ma intanto sogna di diventare un gigante forte come un toro. O Peppa, che rifugge da tutti gli uomini e trova infine il grande amore col quale si unirà un’unica volta. O Visentino – il mio preferito – che si butta nel pozzo convinto di trovare la morte e invece… E poi Anzelina, Soliana, Gerione, Jacheddu e tanti altri con innumerevoli volti, storie, morali e risvolti.
Una narrazione che sembra dilatarsi e comprimersi continuamente, allargando il cono di luce sui diversi personaggi per poi restringerlo riportandolo nuovamente sul protagonista.

Uno stile puntuale, diretto, tagliente che trova nel lessico desueto, raro, straordinario il suo ambiente naturale. Le frequente interiezioni mutuate dalla lingua sarda permettono di esprimere gli stati soggettivi dei personaggi ma, spesso, sono talmente difficile da capire che necessitano sia di note a piè di pagina, sia, laddove mancano, di ricerche che interrompono la lettura.
Il protagonista ha uno spessore non usuale, una natura delicata, sensibile, altruista che gli suggerisce un dialogo intimo continuo. I protagonisti dei racconti sono, di volta in volta, tratteggiati o approfonditi, stilizzati o circostanziati, abbozzati o particolareggiati.
Al centro della copertina, che può richiamare i panorami sardi meno frequentati e conosciuti, una bellissima illusione ottica: una nuvola passeggera sovrasta un tronco, trasformandosi per un attimo esatto in ciò che non è: la chioma di un albero. Anche questa è, a tutti gli effetti, una metafora.

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