Romanzi

Le otto montagne

Le otto montagne Book Cover Le otto montagne
Paolo Cognetti
Einaudi

Un ragazzo di città, Pietro, e uno che la città non l’ha mai vista, Bruno, una lunga vacanza annuale che si accomoda su tutti i mesi estivi e che avvolge nella nostalgia le restanti stagioni. Il desiderio di ritrovarsi, rivedersi, rincorrere nuove avventure e consolidare, anno dopo anno, un’amicizia profonda, complessa, fraterna. Ma riusciranno due persone così dissimili a trovare un approdo comune che sappia resistere allo scorrere del tempo e alle inclinazioni personali?

 

 

 

5

Recensione

Un libro minuto, solo 199 pagine, che ha i poteri intrinsechi della densità, della sostanza, dello spessore. Un romanzo nel quale l’autore, Paolo Cognetti, incanta il lettore riuscendo a coinvolgerlo e a renderlo parte di una complessa rete di affetti, sensazioni, emozioni. Pochi semplici ingredienti, come nelle ricette più amate, quelle migliori: famiglia, sentimenti, silenzi.
Una famiglia composta da persone con caratteristiche diverse, come le quote di altitudine preferite da ognuno di loro: una madre affettuosa e premurosa che si sente a suo agio nel bosco denso di abeti, larici, cespugli di mirtillo, persone e caprioli, un figlio che ama i paesaggi ricchi di torbiere, torrenti, praterie alpine, pascoli sconfinati dai quali si intravvedono le vette e, al contempo, come in una terra di mezzo, le vallate, un padre buono e a tratti dispotico per il quale esistono solo la roccia, la pietra aguzza, la neve perenne e, infine, la vetta, da raggiungere di buon passo, senza un lamento, quasi in gara con se stesso e con tutti coloro che lo seguono o, più raramente, lo precedono. Una famiglia che nasce sulle montagne venete del secondo dopoguerra, che si trasferisce nella nebbiosa, trafficata e piatta Milano che, seppur nel grigiore quasi costante, regala rare giornate ventose e terse nelle quali lo sguardo sconfina sino alle creste del Monte Rosa. E, poi, i sentimenti di un padre ruvido e un po’ rabbioso che attribuisce al figlio i suoi stessi ideali, pensieri, desideri, un padre che gioisce della compagnia del figlio e che non riesce ad assorbirne i rifiuti che diventano diniego e, infine, silenzio, quelli di un figlio che desidera scoprire il proprio mondo arricchendolo con nuove amicizie, esperienze, avventure, allontanamenti e pensieri di riavvicinamento, quelli di una madre che ama entrambi, marito e figlio, che media pacatamente gettando continue corde di salvataggio tra i due. E i silenzi quotidiani, ordinari, chiusi, dai quali si vorrebbe uscire ma che si stratificano sempre di più sino a diventare muri invalicabili e, purtroppo, eterni.
Molti punti commoventi, molti spunti di riflessione, molta amarezza che, impolverata dal tempo, acquisisce un senso diverso, quasi di dolcezza. Intenso e delicato l’attimo in cui Pietro trova e apre la mappa montana di suo padre, una mappa solcata da tre tracciati colorati in nero, rosso e verde, che si snodano sui tanti percorsi identificando diversamente e puntualmente le persone che li hanno esplorati.
E, oltre a tutto questo, c’è Bruno.
Bruno, abitatore della montagna, dell’alpeggio solitario dove il rumore trasportato dal vento è quello dei campanacci delle mucche accompagnato dai loro muggiti, dove tutto è fatica, costrizione, volontà e, a volte, rassegnazione. Bruno che incontra Pietro, che immediatamente ribattezza Berio, sasso, col quale instaurerà un’amicizia che, al di là delle naturali differenze, li unirà indissolubilmente. Un personaggio meraviglioso, fiabesco, aspro, scabro, delicato, che ho amato, nella sua semplicità come nella sua ruvidezza, in ogni singola riga. Un personaggio potente che si insinua nelle pieghe del cuore e lì resta.
Bellissime le ambientazioni: immensi campi selvatici, cime grigio ferro, un torrente luccicante, una rupe che sembra quasi proteggere l’accesso a Grana, il paese immaginario eppure così reale descritto da Cognetti, con i fienili, i ruderi abbandonati, i trattori, i pollai e, uniforme su tutto, l’odore di erba tagliata, di fieno, di legna che brucia nei camini.
Una narrazione lineare che adotta un lessico esaustivo, essenziale, conciso che ha il pregio di trascinare il lettore nei luoghi del sentire più profondo.
I due personaggi protagonisti, Pietro e Bruno – davvero non posso e non riesco a escludere quest’ultimo dal primo piano – sono perfetti, credibili, straordinari nella loro semplicità, nei loro sentimenti, nella loro ribellione e nell’accettazione di un destino forse già scritto. I secondari sono pulsanti, veri e stratificati in molteplici sfumature che ne delimitano contorni e connotazione.
La copertina è pulita e, al contempo, evocativa del mondo montano racchiuso tra le vette innevate, i picchi aguzzi, i cieli stellati: un’ottima illustrazione di Nicola Magrin.

Infine, cosa sono le otto montagne? Pietro, il protagonista, lo scopre in Nepal da un portatore che gli spiega «Noi diciamo che al centro del mondo c’è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi». E la domanda che il vecchio nepalese ci pone, è: «Avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?».
La risposta esiste, è in ognuno di noi.

“Le otto montagne” è il libro vincitore del LXXI prestigioso premio Strega

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