Vero su bianco

Stefano Bonazzi

Con un semplice scambio di messaggi, Stefano Bonazzi e io stabiliamo un giorno e un orario nei quali condensare la nostra intervista. Quando lo raggiungo telefonicamente è appena uscito dal lavoro e la nostra conversazione prende il via accompagnandolo verso casa. La sua voce è amichevole, cristallina, cordiale. I toni ci permettono alcune divagazione e anche qualche sorriso. Stefano Bonazzi è un uomo di uno spessore non comune, lo si percepisce nelle sospensioni, nei sospiri, nei silenzi. Solo chi ha sofferto raggiunge certe profondità. E, forse, solo chi ha guardato nell’abisso è in grado di coglierle.

  • Chi è Stefano Bonazzi?
    Devo dirti che in realtà non l’ho ancora capito! Lavorativamente parlando sono un grafico pubblicitario, però non ho ancora trovato una dimensione unica. La fotografia e la scrittura sono due differenti forme di espressione che mi piacciono e tra le quali, al momento, non saprei scegliere. Entrambe mi permettono di arrivare, attraverso strade diverse, alle persone. Sono alla ricerca, sono ancora sul percorso. Due soli libri sono pochi per potermi definire scrittore e, allo stesso tempo, questo vale anche per la fotografia. Sono un collage: composto da tante piccole parti.
  • Il mondo dell’arte è la tua casa. Ti senti più fotografo o più scrittore?
    Come ti dicevo, sono su un percorso di ricerca. In ambito figurativo-artistico sono più conosciuto, mentre come scrittore mi posso permettere, essendo ancora in un piccolo ambito, di sperimentare nuovi generi letterari da un libro all’altro o di cambiare editore. Tutte cose che se fossi più noto, forse, non potrei permettermi.
  • Qual è la soddisfazione più grande che hai avuto come fotografo?
    Riguarda un evento accaduto durante la mia prima mostra fotografica, più di dieci anni fa. Avendo sofferto di attacchi di panico mi era stato consigliato di incanalare questa rabbia, questo senso di incompletezza, verso qualcosa di creativo che fungesse da sfogo. La prima mostra, quindi, fu il superamento di uno scoglio, non per la mera soddisfazione di aver attaccato dei quadri a una parete, ma, soprattutto, per essere riuscito a tornare in mezzo alla gente. La forte difficoltà, nella quale vivevo, mi rendeva impossibile svolgere anche le più semplici mansioni quotidiane e questa mostra mi ha permesso di ributtarmi nella mischia. Ricordo che durante quell’evento avevo esposto un’immagine, “Coma White” della serie NonSense, che raffigura una ragazza, dal volto bendato, che si scioglie in un liquido bianco. Una giovane donna si fermò e rimase a lungo in contemplazione di quell’immagine e mi espresse la forte emozione provata. In quel preciso momento compresi il valore di un’espressione creativa. Quella è stata una delle mie soddisfazioni più grandi.
  • E come scrittore?
    La prima fu la recensione di Gian Paolo Serino inerente il mio primo romanzo. Scrisse, letteralmente: l’opera ammirevole di un genio. Un pensiero, forse, azzardato, perché rileggendo il libro noto tante imperfezioni e diversi refusi. Ma quella recensione mi aiutò moltissimo. Ma, la soddisfazione più bella è stata durante un firma-copie de “L’Abbandonatrice”. C’era un ragazzo molto giovane che, con titubanza, si era avvicinato per chiedermi se davvero si può uscire dagli attacchi di panico. Ricordo la luce nei suoi occhi, la sua speranza che cercava conferma nelle mie parole. Un momento, a livello umano, importantissimo.
  • Cosa vuoi raccontare e trasmettere con le tue fotografie?
    Ogni serie cerca di toccare corde diverse, ma il filo conduttore è la difficoltà di dialogo, di comunicare la propria identità all’esterno. Le mie immagini hanno sempre il volto coperto. Maschere, bende o trucchi: c’è sempre qualcosa che nasconde il viso. Nella società moderna o siamo sovraesposti o siamo completamente isolati, nascosti, ma quasi mai mostriamo ciò che in realtà siamo. Questo si riflette nelle mie immagini: persone sole, spesso in un ambiente, interno o esterno, ostile e inospitale.
  • E con i tuoi libri?
    In parte è la stessa cosa. Con i miei primi due, A bocca chiusa e L’Abbandonatrice, ho sondato aspetti parzialmente autobiografici e, pertanto, conosciuti. Il nero, il buio in me, l’ho esternato in queste due opere. Ora vorrei arrivare ad altro, sperimentare nuovi generi e creare qualcosa di totalmente inventato, anche divertendomi.
  • Da cosa è nata la passione per la scrittura?
    Forse perché sono sempre stato un avido lettore, sin dalla più giovane età, e non ho mai smesso di leggere. Però ho sempre visto gli scrittori come figure quasi mitiche, inarrivabili. Ma ho preso coraggio e ho iniziato a scrivere la prima parte di A bocca chiusa in forma diaristica. Poi, a seguito della partecipazione a un corso di scrittura creativa, mostrai la bozza, molto grezza, e mi fu consigliato di migliorarla e di provare a proporla a un editore. Era davvero una versione primordiale, ma l’ho rielaborata e le ho costruito attorno una componente thriller, che si avvia e si sviluppa nella seconda parte.
  • Ogni scrittore ha un metodo personale. C’è chi scrive liste e scalette, chi, invece, si affida al caso e alla fantasia. Tu, solitamente, stendi una trama di massima o ti affidi al momento?
    Non sono uno scrittore da post-it sul frigorifero. Non riuscirò mai a scrivere un Giallo, perché le trame complesse non sono nelle mie corde, forse perché tendo a distrarmi o, forse, perché lavorando dieci ore al giorno farei fatica a imbastire trame complesse. Ma, principalmente, amo l’essenzialità, la linearità, pochi personaggi e trame semplici. Questo mi permette di lavorare e di approfondire più la psicologia che l’intreccio narrativo. Il mio approccio è molto elementare, mi piace avere un inizio e una fine ben definiti più qualche minimo svolgimento narrativo. Se questi pochi punti funzionano lo sviluppo è estemporaneo, lasciato anche all’improvvisazione.
  • Ne “L’Abbandonatrice” hai creato dei personaggi che, pur vivendo nella società, risultano solitari, quasi sfuggenti e desiderosi di estraniarsi. È così che vedi la gioventù di oggi?
    Non ho una visione cosi pessimistica, anzi, fortunatamente mi capita di relazionarmi con intere classi di ragazzi e spesso vengo sorpreso in modo positivo. I tre personaggi de L’Abbandonatrice sono disagiati a causa delle situazioni vissute all’interno delle famiglie di origine. Sono tre ragazzi un po’ allo sbando, giovani che se fossero nati in contesti più solidi o normali non vivrebbero determinate situazioni, ma non rappresentano la mia intera visione della gioventù odierna.
  • Ti identifichi con Davide, il protagonista de “L’Abbandonatrice”?
    No, Davide ha aspetti deboli, fragili e a volte infantili che, ora, non mi aderiscono più. Potrei dire di essere stato Davide, soprattutto quando ero nel pieno delle crisi di panico. La sua vulnerabilità è stata anche mia, ma ora non sono più così, vuoi per il normale processo di crescita o per l’evoluzione personale che, giorno per giorno, si stratifica e si fortifica.
  • C’è stato un libro che hai letto, riletto e che leggeresti ancora?
    Un libro che cito sempre e che rileggo con piacere è “La strada” di Cormac McCarthy. È un libro minimale, con pochi dialoghi, ma che riesce a trasmettere il forte legame che unisce padre e figlio. Ecco, un giorno mi piacerebbe scrivere un libro così: intenso, empatico.
  • Come vivi la tua quotidianità?
    Sono molto più tranquillo di quanto non appaia nei vari social. Ho un lavoro a tempo pieno che occupa tutta la mia giornata, nei fine settimana cerco di ritagliarmi qualche spazio per fare quello che in settimana non posso fare, come andare a vedere una mostra. Se riesco, e se ho ancora qualche energia residua, la sera cerco di scrivere un po’, ma, se la stanchezza prevale, riverso tutto sul fine settimana.
  • Cos’è un’emozione?
    È la voglia di risalire su una giostra che ti ha terrorizzato, ma che, contemporaneamente, ti ha lasciato qualcosa a un livello emozionale, più profondo, che ti spinge a riprovare.
  • E la paura?
    È l’esatto contrario. È il terrore di fare quel passo, quel balzo necessario. La paura non sempre è da considerarsi come negativa. A volte può spronarti permettendoti di raggiungere e superare dei limiti. Preferisco essere impaurito che apatico.
  • Non rinunceresti mai a…
    Ai momenti di isolamento totale. A volte mi bastano poche ore, io li definisco i momenti ossigeno. Sono segmenti di isolamento nei quali ossigenarmi per poi ributtarmi nella mischia. E, ovviamente, non rinuncerei mai alla mia gatta!
  • Racchiuditi in una frase, in un pensiero o, se preferisci, in una parola.
    Non puoi combattere il dolore ma puoi imparare a conviverci” è stata una frase che mi ha rappresentato a lungo. Però oggi non la sceglierei più, non perché io sia diventato un figlio dei fiori o un bucolico positivo, ma perché ho intrapreso un percorso di apertura. Sono un sognatore freelance, perché oggi mi pongo degli obiettivi, che devono essere svincolati da tutto il resto e che, magari, sono anche difficili da raggiungere. Trasformando questi termini in italiano, forse potrei dire che sono un sognatore selvaggio.

La nostra intervista termina, ma il nostro dialogo prosegue. Il lavoro, la fotografia, la scrittura, l’arte, la vita e i nostri amati gatti sono gli argomenti che si susseguono, spontaneamente, in un chiacchiericcio informale. Accade di rado, ma ci sono persone con le quali si instaura una connessione che va oltre le semplici parole. Non è magia, è qualcosa che vive tra il detto e il non detto, tra il conscio e l’inconscio. E oggi, al telefono con Stefano Bonazzi, ne ho avuto la netta, quasi tangibile, percezione.

Stefano Bonazzi, ferrarese, è webmaster e grafico pubblicitario. Fotografo di talento, realizza le sue composizioni fotografiche ispirandosi al mondo dell’arte pop-surrealista. Le sue opere vantano esposizioni nazionali e internazionali. Artista eclettico, esordisce nel mondo della scrittura con il primo racconto “Stazioni di posta”, contenuto nell’antologia Auto Grill (2011) al quale faranno seguito molti altri, tutti contenuti in raccolte, tra le quali: “Gli stonati” (NEO Edizioni), “Weekend con il mostro” (Fernandel Editore), “La montagna disincantata” (Fernandel Editore), “I clown bianchi” (Clown Bianco Editore), “Fucsia” (Clown Bianco Editore), “Oltre l’arcobaleno” (Amarganta Editore), “Uno sputo di cielo” (Watson Editore). Il primo romanzo, “A bocca chiusa”, è pubblicato per Newton Compton Editori (2014), mentre il secondo, “L’Abbandonatrice” (2017), esce per Fernandel Editore. Ma Bonazzi è al lavoro e, sono certa, molto altro arriverà!

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